venerdì, febbraio 01, 2008

Maurice Merleau-Ponty - Il visibile e l'invisibile, appunti e riassunti 5

L'intreccio - il chiasma

Fra i cosiddetti colori e i cosiddetti visibili, si ritroverebbe il tessuto che li fodera, li sostiene, li alimenta, e che, dal canto suo, non è cosa, ma possibilità, latenza e carne delle cose.
Lo sguardo avvolge, palpa, sposa le cose visibili, come se le sapesse prima di saperle, esso si muove a modo suo nel suo stile regolare e imperioso, e nondimeno le vedute che ho non sono vedute qualsiasi, io non guardo un caos, ma delle cose, cosicché non si può dire se è lo sguardo o sono le cose a comandare.
Dobbiamo abituarci a pensare che ogni visibile è ricavato dal tangibile, ogni essere tattile è promesso in un certo qual modo alla visibilità; e che c'è sopravanzamento, sconfinamento, non solo fra il toccato e il toccante, ma anche fra il tangibile e il visibile che è incrostato in esso, così come, reciprocamente, il tangibile stesso non è un nulla di visibilità, non è privo di esistenza visiva.
Lo spessore di carne fra il vedente e la cosa è costitutivo della visibilità propria della cosa come della corporeità propria del vedente; non è un ostacolo che si interponga fra essi, ma il loro mezzo di comunicazione. E' per la stessa ragione che io sono nel cuore del visibile e ne sono lontano: la ragione, cioè, che esso è denso e, con ciò, naturalmente destinato ad essere visto da un corpo.
Ciò che si chiama visibile è una qualità pregnante di una trama, la superficie di una profondità, una sezione su un essere massiccio, un grano o un corpuscolo portato da un'onda dell'essere.
Diciamo quindi che il nostro corpo è un essere a due fogli, da una parte cosa fra le cose e, dall'altra, ciò che vede e tocca. Il corpo non è semplicemente cosa vista di fatto (io non vedo la mia schiena), ma è visibile di diritto, cade sotto una visione ineluttabile e al tempo stesso differita. Reciprocamente, se tocca e vede, non è perché abbia i visibili davanti a se come oggetti: essi gli stanno intorno, entrano anzi nel suo recinto, sono lui, tappezzano dall'esterno e dall'interno i suoi sguardi e le sue mani.
Dove porre il limite del corpo e del mondo, giacché il mondo è carne?
Il mondo visto non è nel mio corpo e il mio corpo non è nel mondo visibile a titolo ultimo: carne applicata a una carne, il mondo non la circonda e nemmeno è circondato da essa.
Partecipazione e imparentamento al visibile, la visione non l'avvolge e non ne è avvolta definitivamente. La pellicola superficiale del visibile non è se non per la mia visione e per il mio corpo. Ma la profondità, sotto questa superficie, contiene il mio corpo e contiene la mia visione.
C'è inserimento reciproco e intreccio dell'uno nell'altro.
Di modo che il vedente, essendo preso in ciò che vede, vede ancora se stesso: c'è un narcisismo fondamentale di ogni visione; di modo che, per la stessa ragione, la visione che il vedente esercita, il vedente stesso la subisce altresì da parte delle cose e , come hanno detto molti pittori, io mi sento guardato dalle cose. Vedente e visibile sono in un rapporto di reciprocità e non si sa più chi vede e chi è visto.
La carne non è materia, non è spirito, non è sostanza. E' l'inaugurazione del dove e del quando, possibilità ed esigenza del fatto, in una parola, fatticità, ciò che fa sì che il fatto sia fatto.
Se c'è un rapporto a se stesso del visibile che mi attraversa e mi costituisce come vedente, questo circolo che io non faccio, che mi fa, questo avvolgimento del visibile sul visibile, può attraversare altri corpi quanto il mio, e se ho potuto comprendere come in me nasce quest'onda, come il visibile che è laggiù è simultaneamente il paesaggio, a maggior ragione posso comprendere che altrove esso si richiude su se stesso, e che ci sono altri paesaggi oltre che il mio.
I colori, i rilievi tattili dell'altro sono per me un mistero assoluto, mi sono sempre inaccessibili. Ma ciò non è del tutto vero: perché io ne abbia non già un'idea, un'immagine o una rappresentazione, ma per così dire l'esperienza imminente, è sufficiente che io guardi un paesaggio, che ne parli con qualcuno; allora, in virtù dell'operazione concordante del suo corpo e del mio, ciò che io vedo passa in lui, questo verde individuale del prato sotto i miei occhi invade la sua visione senza abbandonare la mia, io riconosco nel mio verde il suo verde.
Qui non c'è il problema dell'alter ego perché non sono io a vedere, non è lui a vedere, perché ci abita entrambi una visibilità anonima, una visione in generale, in virtù della proprietà primordiale della carne di irradiarsi ovunque e per sempre pur essendo qui e ora, di essere dimensione e universalità pure essendo individuo.
All'inizio abbiamo parlato sommariamente di una reversibilità del vedente e del visibile, del toccante e del toccato. E' ora di sottolineare che si tratta di una reversibilità sempre imminente e mai realizzata di fatto. La mia mano sinistra è sempre sul punto di toccare la destra intenta a toccare le cose, ma io non giungo mai alla coincidenza. Io sono sempre dalla stessa parte del mio corpo, esso mi si offre in una prospettiva invariabile.
Ma questo iato fra la mia mano destra toccata e la mia mano destra toccante, fra la mia voce udita e la mia voce articolata, non è un vuoto ontologico, un non-essere: esso è scavalcato dall'essere totale del mio corpo, e da quello del mondo, è lo zero di pressione fra due solidi che fa sì che essi aderiscano l'uno all'altro.
Incontriamo qui il punto più difficile, cioè il legame della carne e dell'idea, del visibile e dell'ossatura interiore che esso manifesta e nasconde. Nessuno si è spinto più lontano di Proust nella fissazione dei rapporti del visibile e dell'invisibile. La letteratura, la musica, le passioni, ma anche l'esperienza del mondo visibile sono l'esplorazione di un invisibile. Semplicemente, quell'invisibile, quelle idee non si lasciano staccare dalle apparenza sensibili ed erigere a seconda positività. Queste verità non sono soltanto nascoste come una realtà fisica che non si è saputo scoprire, come un invisibile di fatto che un giorno potremo vedere faccia a faccia purché sia rimosso lo schermo che lo maschera.
Non c'è visione senza schermo: noi non conosceremmo meglio le idee di cui parliamo se fossimo privi di corpo e di sensibilità; in questo caso esse ci sarebbero inaccessibili.
Ogni qualvolta vogliamo accedervi immediatamente, o mettere mano su di essa, o circoscriverla, o vederla senza veli, noi sentiamo bene che il tentativo è un controsenso, che essa si allontana a mano a mano che ci avviciniamo; l'esplicitazione non ci dà l'idea stessa, ne è solo una versione seconda, un derivato più maneggevole.
Noi non vediamo, non udiamo idee, nemmeno con l'occhio dello spirito o con il terzo orecchio: e tuttavia le idee sono là, dietro i suoni o fra di essi, riconoscibili nel loro sempre particolare, sempre unico, di ritrarsi dietro di quelli. L'idea è questo livello, questa dimensione, non un invisibile di fatto che non avrebbe niente a che fare con il visibile, ma l'invisibile di questo mondo, quello che lo abita, lo sostiene, lo rende visibile, la sua possibilità interna e propria.
Se c'è una animazione del corpo, se la visione e il corpo sono aggrovigliati l'uno nell'altro se, correlativamente, la sottile pellicola del quale, la superficie del visibile, è, su tutta la sua estensione, sottesa da una riserva invisibile e se, il visibile attuale esibisce una visibilità, una possibilità che non è l'ombra dell'attuale, bensì il suo principio, la sua condizione allora la distinzione immediata e dualistica dell'invisibile e del visibile viene respinta perché essi sono l'uno per l'altro il diritto e il rovescio e perché sono sempre l'uno dietro l'altro.
Comprendere una frase non è altro che accoglierla pienamente nel suo essere sonoro; il senso non è su di essa come il burro sulla tartina; esso è la totalità di ciò che è detto, è dato con le parole in coloro che hanno orecchie per udire.
Il linguaggio è tutto, perché esso non è la voce di nessuno, perché è la voce stessa delle cose, delle onde e dei boschi.
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