martedì, gennaio 22, 2008

Maurice Merleau-Ponty - Il visibile e l'invisibile, appunti e riassunti 1

Riflessione e interrogazione - La fede percettiva e la sua oscurità

Che cos'è noi, che cos'è vedere, cos'è cosa o mondo? Siamo in un labirinto di difficoltà e contraddizioni.

Il tempo: "esso è perfettamente familiare a ognuno, ma nessuno può spiegarlo agli altri"

Il mondo è ciò che noi vediamo, ma dobbiamo imparare a vederlo, e questo significa che dobbiamo far parlare le cose stesse dal fondo del loro silenzio.

Sogni e percezioni: i sogni riescono ad essere altrettanto convincenti quanto le percezioni; la loro falsità viene espressa solo relativamente alle percezioni (che consideriamo vere). Rimane il fatto che, se possiamo perdere i nostri punti di riferimento a nostra insaputa, non possiamo mai essere sicuri di averli quando crediamo di averli.
Quindi è al di sopra della percezione stessa che dobbiamo cercare la garanzia e il senso della sua funzione ontologica.

La percezione binoculare non è fatta di due percezioni monoculari sormontate. Le immagini monoculari non sono nello stesso senso in cui è la cosa percepita con i due occhi. Sono dei fantasmi, mentre essa è il reale, sono delle pre-cose, mentre essa è la cosa.
Tutto avviene come se il mio potere di accedere al mondo e quello di rinchiudermi nei fantasmi si implicassero vicendevolmente. Come se l'accesso al mondo non fosse che l'altra faccia di un ritiro.
Il mondo è ciò che percepisco, ma la sua prossimità assoluta, dacché la si esamina e la si esprime diviene anche, inspiegabilmente, distanza irrimediabile.
Con ogni probabilità, a percepire non è tutto il mio corpo: io so soltanto che esso può impedirmi di percepire; nel momento in cui giunge la percezione, il corpo si cancella di fronte ad essa, ed essa non lo coglie mai nell'atto di percepire.
Se la mia mano sinistra tocca la mano destra, e se di colpo voglio cogliere, con la mano destra, il lavoro della sinistra intenta a toccare, questa riflessione del corpo su se stesso abortisce sempre all'ultimo istante. Ma questo fallimento non spoglia di ogni verità quel presentimento che io avevo.
Se è già difficile dire che la mia percezione va alle cose stesse, è addirittura impossibile accordare alla percezione degli altri l'accesso al mondo. La cosa percepita dall'altro si sdoppia: c'è quella che egli percepisce e c'è quella che vedo io, fuori dal suo corpo, e che chiamo cosa vera, come egli chiama cosa vera il tavolo che egli vede, mentre rinvia alle apparenze quella che vedo io.

I suoi colori, il suo dolore, il suo mondo, proprio in quanto suoi, come potrei concepirli se non in base ai colori che vedo, ai dolori che ho patito, al mondo in cui vivo?
E' la cosa stessa che mi apre l'accesso al mondo privato dell'altro. E' dunque ben vero che i mondi privati comunicano, che ciascuno di essi si da al suo titolare come variante di un mondo comune.
Ma la certezza rimane assolutamente oscura; noi non possiamo viverla, non possiamo né pensarla, né formularla, né erigerla a tesi.
Ora, questa certezza ingiustificabile di un mondo sensibile che ci sia comune è in noi il sostrato della verità. Costituisce la nostra fede percettiva.
La nostra certezza di essere nella verità fa tutt'uno con quella di essere nel mondo. E' lo stesso mondo che contiene i nostri corpi e i nostri spiriti, a condizione che si intenda per mondo non solo la somma delle cose che cadono o potrebbero cadere sotto i nostri occhi, ma anche il luogo della loro compossibilità, lo stile invariabile che esse rispettano, che collega le nostre prospettive, permette la transizione dall'una all'altra e ci da il sentimento di essere testimoni capaci di sorvolare lo stesso oggetto vero.
Quando si tratta del visibile, al di la della divergenza delle testimonianze, è spesso facile ristabilire l'unità e la concordanza del mondo. Non appena si accede al vero, all'invisibile, sembra che gli uomini abitino ognuno il proprio isolotto, senza che ci sia transizione dall'uno all'altro.
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