mercoledì, maggio 14, 2014

Paura della morte o del dolore?

Cos'è la morte? Cos'è il dolore? C'è un modo per alleviare le afflizioni dell'animo? Cosa sono le passioni? Come si deve confrontare il saggio nei confronti di questi elementi turbatori della propria imperturbabilità? Infine: cos'è la virtù? Basta a rendere felice una vita?

Questi gli argomenti trattati da Cicerone nelle sue "Tusculanae disputationes". Eloquente, dotto e chiaro nell'esposizione, Cicerone, si veste da maestro di vita e con approccio stoico ci spiega perché non dovremmo avere paura della morte o del dolore e come la virtù debba essere il nostro obiettivo di vita.

Sulla paura della morte:


"Ma ammetti, come vogliono costoro, che l'anima non continui ad esistere dopo la morte. Se così fosse, mi rendo conto che saremmo privati della speranza di una vita più felice; tuttavia, quale male comporta un'opinione del genere?
Ammetti infatti che l'anima muoia così come il corpo: forse che, dopo la morte, c'è nel corpo qualche traccia di dolore o in generale di sensibilità?
[...]
Dov'è dunque il male, visto che non c'è una terza possibilità?"

[...]

"Finiamola con codesti assurdi discorsi da vecchiarelle, che il morire prima del tempo è una sventura! Quale tempo poi? Quello della natura? Ma essa, a dire il vero, ci ha dato la vita in prestito, come una somma di denaro, senza fissare in anticipo il giorno della scadenza. Che motivo hai dunque per lamentarti se te la richiede quando vuole?

[...]

Si loda invece la sorte di coloro che muoiono in tarda età. Perché? Perché - io ne sono convinto - per nessuno la vita potrebbe essere più lieta, se durasse più a lungo. Per l'uomo infatti non c'è sicuramente nulla di più soave della saggezza; ed è proprio questa che la vecchiaia, se anche ci toglie tutto il resto, ci porta in dono. Ma qual è una vita lunga? O, più in generale, che significa "lungo" per gli uomini? Non è forse vero che la vecchiaia

alle spalle rincorrendoci prima bambini, subito dopo giovani, senza che ce ne accorgiamo ci raggiunge?"

E sull'incapacità di tollerare il dolore e le sofferenze:

"Perciò, se, come hai riconosciuto all'inizio, il disonore è male peggiore del dolore, il dolore indubbiamente non è più nulla. Infatti, fino a quando ti sembrerà disonorevole e indegno di un uomo gemere, urlare, lamentarsi, avvilirsi, lasciarsi abbattere dal dolore, fino a quando saranno con te l'onestà, la dignità, l'onore, e tu, tenendo lo sguardo fisso su di loro, conserverai il controllo di te, certamente il dolore cederà alla virtù e, per la ferma determinazione dell'anima, perderà la sua forza."

[...]

"Quando dunque si ordina di comandare a noi stessi, si intende ordinare che la ragione domini l'istinto. C'è nell'anima di quasi tutti gli uomini un qualcosa che per natura è tenero, debole, umile, senza nerbo per così dire, e languido. Se non ci fosse altro, non ci sarebbe nulla di più spregevole dell'uomo; invece, ecco pronta la ragione, signora e regina di tutto, che, valendosi delle sue forze e procedendo sempre più avanti, diventa perfetta virtù. Che sia essa a comandare a quella parte dell'anima che deve ubbidire, è ciò cui l'uomo deve mirare."

[...]

"Ci sono infatti delle analogie tra l'anima e il corpo: come i pesi si trasportano più facilmente con i muscoli tesi, mentre, se questi si allentano, i pesi ci schiacciano, nello stesso identico modo l'anima con la sua tensione allontana l'oppressione di ogni peso, mentre se si lascia andare viene oppressa al punto da non riuscire a risollevarsi."
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