martedì, gennaio 16, 2007

Riflessioni. E due.

Essere e non essere. Nascita e morte. Passaggio dal non essere all'essere. Passaggio dall'essere al non essere. Il dolore di quest'ultimo passaggio e le ragioni che non troviamo.
Il successo della religione sta molto in questa paura per l'ignoto, la paura della morte, per quello che verrà, perché è difficile trovare una ragione alla morte e soprattutto è difficile rinunciare alla vita. Una morte, anche se attesa è sempre troppo in anticipo e ti coglie sempre di sorpresa. E poi come te ne fai una ragione, con chi te la prendi, cosa ti aspetta ora? Perché la morte è venuta a farti visita e perché proprio a te? Perché ora e perchè così. E continuiamo con le domande. Ma per quanto possiamo continuare a chiedere senza avere risposte? Le risposte che cerchiamo ci sarebbero certo di aiuto, ma sarebbero tanto convincenti da rimettere tutto a posto?
E' troppo facile trovare conforto nel pensiero di un promesso aldilà che dovrebbe sanare tutto quel che c'è stato. Poi perché dovrebbe confortarmi l'idea di un luogo (il paradiso), di un momento (il giorno del giudizio universale) e di qualcuno che di punto in bianco arriva e ci presenta il conto di tutti questi secoli decidendo quel che è stato giusto e ciò che va condannato, chi vince e chi perde e poi, peggio che mai, mette la parola fine a quella che è la vita sulla terra, quella vita a cui siamo abituati da sempre e che dannatamente desideriamo, per dare inizio al regno dell'aldilà. Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, altro che giorno del giudizio. Stai bene a ridare ai poveri tutto quello che hanno magnato gli USA. Li fai diventare obesi e pieni di colesterolo.
E questo "saldo finale" del giorno del giudizio dovrebbe essermi di conforto? Sapere che l'importante non è l'ora, il qui, la vita, ma quello che verrà, sto regno dell'aldilà. Certo, una vita buona nell'aldiquà ti garantisce un posto nell'aldilà, vuoi mettere? E se poi finisci al piano di sotto? In mezzo alle fiamme, ai cattivi?
Ma de che. Ma quale paradiso, ma quale attesa. Chi vive nell'attesa muore senza sorriso, ne sono certo. Il paradiso e l'inferno sono qui sulla terra ed è solo in questa vita che puoi provarlo (nel caso dell'inferno) e trovarlo (nel caso del paradiso).
Il conforto non è dopo la vita, non è per i morti ma per i vivi. La vita è il nostro conforto, la possibilità di andare, venire, camminare, parlare, sentire. Eh sì, perché in fin dei conti siamo degli esseri viventi fatti di carne e ossa esposti a malattie, piacere, dolore e invecchiamento. Perché mai la conclusione di un processo biologico al quale assistiamo continuamente e al quale la natura ci ha abituati sin dalle nostre origini dovrebbe sconvolgerci al punto dal cercare conforto in qualcosa di inesistente, qualcosa che non c'è? Piuttosto riflettiamo su come il tempo, le malattie o quant'altro possano privarci dei piccoli gesti quotidiani. Su quanto siamo esposti ai cambiamenti. Pensiamo a come possa risultare difficile anche il semplice alzarsi dal letto a un malato terminale. E pensiamo a come cambiano i sapori del cibo quando si è malati e a quanto se ne sente la mancanza quando non possiamo averli. E il piacere di una giornata di sole?
Altro che il conforto di un mondo lontano nello spazio, nel tempo e nella vita. Il mio paradiso è qui e ora.
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